Intervento fr. François-Marie Léthel

SVILUPPI E PROSPETTIVE DELLA PASTORALE VOCAZIONALE

LA DIMENSIONE SPIRITUALE

fr François-Marie Léthel ocd

Prelato Segretario della

Pontificia Accademia di Teologia

Sulla base del Documento intitolato Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale, mi è stato chiesto di sviluppare l’aspetto della dimensione spirituale della pastorale delle vocazioni. Così, nella prima parte di questa relazione, cercherò di presentare brevemente i principali contenuti spirituali del documento. Nella seconda parte, più lunga, mi sforzerò  di proporre alcuni approfondimenti e sviluppi, nella luce dei Santi.

I/ I principali contenuti spirituali del documento: Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale

La forte carica spirituale del Documento appare anzitutto nella continua insistenza sulla preghiera, sia la preghiera della comunità cristiana per chiedere al Signore il dono delle vocazioni, sia la preghiera personale e comunitaria che accompagna e sostiene ogni vocazione.  Viene veramente evidenziato il primato della preghiera nella pastorale vocazionale. Alla luce della Scrittura e del Magistero della Chiesa (specialmente del Concilio Vaticano II e dei Papi recenti: il Servo di Dio Paolo VI, il Beato Giovanni Paolo II e il nostro Papa Benedetto XVI), il Documento ci propone una forte spiritualità vocazionale cristocentrica, trinitaria ed ecclesiale, eucaristica e biblica, personale e comunitaria. E’ una spiritualità di comunione nella quale la vocazione al sacerdozio ministeriale viene chiaramente presentata nell’insieme delle vocazioni del Popolo di Dio.  Così, l’identità sacerdotale può essere riaffermata senza nessuna forma di clericalismo, nella luce della distinzione e della relazione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune. L’anima di una tale spiritualità vocazionale è evidentemente la carità come unico Amore di Dio e dell’Uomo in Cristo Gesù.  E’ ancora da questo punto di vista dell’Amore che il valore del celibato sacerdotale viene riaffermato, nella prospettiva dell’Amore Sponsale che unisce Gesù con la sua Chiesa[1].

Possiamo adesso citare alcuni brani del Documento nei quali viene particolarmente espressa questa bella spiritualità. Anzitutto il primato della preghiera, affermato nei testi di Benedetto XVI citati nelle note 2, 5 e 10, è anche fortemente espresso con  parole di Giovanni Paolo II:

La Chiesa, consapevole della necessità delle vocazioni al sacerdozio, riconosce che esse sono un dono di Dio e prega il Signore con una supplica incessante e fiduciosa, perché sia generoso nel donarle. «In realtà gli “operai” se li sceglie Dio stesso, il “Padrone della messe”, chiamando le persone con una decisione sempre gratuita e sorprendente. E tuttavia, nel mistero dell’alleanza che egli ha stabilito con noi, siamo invitati a “cooperare con la sua provvidenza utilizzando la grande forza da lui posta nelle nostre mani: la preghiera! E’ quello che Gesù ci ha chiesto: “Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe!”». La preghiera muove il cuore di Dio; diviene per i credenti grande scuola di vita, insegna a guardare con sapienza evangelica al mondo ed ai bisogni d’ogni essere umano; soprattutto unisce i cuori alla stessa carità e alla compassione di Cristo verso l’umanità. L’esperienza di tante Chiese locali attesta che i giovani avvertono, in un numero considerevole, la chiamata al sacerdozio ministeriale, soprattutto nelle comunità in cui la preghiera costituisce una dimensione costante e profonda (…) Si tratta di proporre l’esperienza della fede come relazione personale, profonda, con il Signore Gesù Cristo, rivelatore del Mistero di Dio[2].

Questa relazione personale con Gesù nell’Amore, la fede e la speranza è l’anima della vocazione e poi della vita spirituale del sacerdote:

I sacerdoti, rappresentando Cristo Pastore, trovano nella dedizione totale alla Chiesa l’elemento unificante della loro identità teologica e della loro vita spirituale. Per questo, «la carità del sacerdote si riferisce primariamente a Gesù Cristo: solo se ama e serve Cristo Capo e Sposo, la carità diventa fonte, criterio, misura, impulso dell’amore e del servizio del sacerdote alla Chiesa, corpo e sposa di Cristo». Se il sacerdozio ministeriale non trae origine da questo amore, scade a prestazione funzionale, anziché proporsi come il servizio di un pastore che offre la vita per il gregge. E’, quindi, l’amore per Cristo che costituisce la motivazione prioritaria della vocazione al presbiterato (n. 6).

Unico Amore di Gesù e della sua Chiesa, la carità che anima la vocazione sacerdotale è vissuta nella comunione trinitaria[3] come “spiritualità di comunione”.  E’ la stessa carità che trova il suo alimento inseparabilmente nell’Eucaristia e nella Parola, e che si esercita in tante forme nella vita della Chiesa:

La promozione della vocazione sacerdotale trova i suoi punti di forza nelle proposte di formazione alla vita cristiana, fondate sull’ascolto della Parola di Dio, sulla partecipazione all’Eucaristia e sull’esercizio della carità. L’ Eucaristia, centro della vita del cristiano e della comunità, favorisce la proposta di un itinerario liturgico sacramentale, che possa alimentare ordinariamente il cammino di ogni vocazione. Anche la frequenza costante e periodica al Sacramento della Riconciliazione risulta decisiva per il discernimento della vocazione sacerdotale. L’anno liturgico costituisce la scuola permanente di fede della comunità cristiana, scandisce i tempi e i momenti della sua vita ordinaria e accompagna la maturazione vocazionale dei fedeli. Le varie iniziative di preghiera, fra le quali eccelle l’adorazione eucaristica, preparate e realizzate in maniera significativa e con profondo senso liturgico, possono mettere in evidenza l’importanza straordinaria della vocazione sacerdotale per la Chiesa. La testimonianza della carità conosce nella Chiesa un’espressione multiforme e sorprendente. E’ fondamentale che un tale impegno di iniziative si rafforzi attraverso precisi cammini formativi, che spingano alla gratuità e al servizio del Regno di Dio e che tendano alla personale e comunitaria configurazione a Cristo (n. 15).

Questa “personale e comunitaria configurazione a Cristo” è la santità alla quale tutti sono chiamati. Il Documento ha il grande merito di inserire molto bene la vocazione al sacerdozio ministeriale nell’insieme delle diverse vocazioni nella Chiesa, dei laici e dei consacrati, ciò che permette di evitare il clericalismo e altre deformazioni della vita sacerdotale:

La partecipazione attiva alla vita di una comunità cristiana può contribuire ad evitare nuove forme di clericalismo, situazioni di accentramento pastorale inopportuno, servizi pastorali part-time, scelte ministeriali ritagliate su bisogni individuali, incapaci di guardare all’insieme e all’unità della comunità. Per edificare una Chiesa in stato permanente di missione la vocazione del presbitero si attua nel far crescere una comunità ricca di ministeri, nella quale esistono ampi spazi per la partecipazione attiva e responsabile dei fedeli laici. Per divenire capaci di animare e sostenere una comunità, è opportuno che i giovani chiamati al sacerdozio imparino a collaborare ed a confrontarsi con l’intera comunità cristiana ed a stimare ogni vocazione. La dimensione universale è intrinseca al ministero sacerdotale (n. 9)

Così, la pastorale delle vocazioni al ministero sacerdotale è integrata nella prospettiva più ampia della pastorale di tutte le  vocazioni nella Chiesa:

Sarà impegno del Vescovo favorire la pastorale giovanile e vocazionale sia affidata a sacerdoti e a persone capaci di trasmettere, con l’entusiasmo e con l’esempio della loro vita, la gioia di seguire il Signore Gesù alla scuola del Vangelo. A livello diocesano, il Vescovo costituisce il Centro diocesano vocazioni, composto da sacerdoti, consacrati e laici, quale organismo di comunione a servizio della pastorale vocazionale nella Chiesa locale con il compito di promuovere le vocazioni di speciale consacrazione nel contesto di tutte le vocazioni (n. 12).

Penso che nella stesura finale del documento bisognerebbe parlare più esplicitamente  della vocazione universale alla santità e anche di Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa, alla luce dei capitoli V e VIII della Lumen Gentium. Sono delle componenti essenziali della spiritualità vocazionale alla luce del Concilio, come cercherò adesso di mostrarlo nella seconda parte.

II/ Approfondimenti e sviluppi, nella luce dei Santi

Nel “girotondo dei santi”

Benedetto XVI, nella solennità di san Giuseppe, il 19 marzo 2011, concludeva gli esercizi spirituali in Vaticano, caratterizzandoli come un “cammino di riflessione, di meditazione, di preghiera in compagnia dei Santi amici di Papa Giovanni Paolo II”. Rivolgendosi poi a me, come predicatore di questi esercizi, il Santo Padre diceva: “I Santi: Lei ce li ha mostrati come “stelle” nel firmamento della Storia e,(…) ci ha inserito nel girotondo di questi Santi e ci ha mostrato che proprio i Santi “piccoli” sono i Santi “grandi”. Ci ha mostrato che la scientia fidei e la scientia amoris vanno insieme e si completano, che la ragione grande e il grande amore vanno insieme, anzi che il grande amore vede più della ragione sola”.  Così il Papa riassumeva tutto lo spirito e il contenuto di questi esercizi, facendo riferimento all’immagine del girotondo dei santi dipinta dal beato fra Angelico che è stata l’Icona di questi esercizi spirituali.

Giovanni Paolo II, che guidava questo “girotondo” nella preparazione della sua beatificazione, ci mostrava sempre al centro Gesù Redentore dell’uomo, e più vicini a lui nella “gerarchia della santità”, la Vergine Maria Madre del Redentore e san Giuseppe Custode del Redentore.  Era dunque la Santa Famiglia che dava l’impostazione evangelica di un ritiro che si è concluso nella solennità di san Giuseppe.

Tra i “santi amici di Giovanni Paolo II”, erano presenti al primo posto Luigi Maria de Montfort, ispiratore del suo Totus Tuus, e Teresa di Lisieux, dichiarata da lui Dottore della Chiesa, come “esperta della scientia amoris” (Novo Millennio Ineute, n. 42).  A sua volta la “piccola Teresa” dava la mano ai due grandi maestri della scientia fidei che sono sant’Anselmo e san Tommaso,  testimoni della “grande ragione” che è inseparabile dal “grande amore”.

Nella luce di Maria Santissima, Giovanni Paolo II aveva una grande stima per la donna e il suo “genio femminile”, e così le sante sono state molto presenti in questi esercizi: Caterina da Siena e Giovanna d’Arco, in un momento di profonda crisi della Chiesa e della società alla fine del Medioevo; poi nel XX° secolo due laiche, l’una sposata e madre di famiglia, Conchita Cabrera de Armida, dichiarata venerabile da Giovanni Paolo II nel 1999, l’altra una giovane di 18 anni, morta nel 1990, la beata Chiara Luce Badano, esempio dei giovani che hanno accolto pienamente il grande messaggio di Giovanni Paolo II: la vocazione al vero amore che è la santità.

Adesso, attingerò a questo libro degli esercizi[4], sviluppando liberamente ciò che è in rapporto con il nostro argomento della vocazione al sacerdozio ministeriale, in relazione con tutte vocazioni nella Chiesa, continuando questo “cammino di riflessione, di meditazione, di preghiera in compagnia dei Santi amici di Papa Giovanni Paolo II”. Penso che il girotondo dei santi potrebbe essere anche un’ottima icona della pastorale vocazionale.

Il Totus Tuus cristocentrico e mariano del beato Giovanni Paolo II e di san Luigi Maria Grignion de Montfort,  fonte di santità sacerdotale

Il Beato Giovanni Paolo II è sicuramente una delle più belle figure di santità sacerdotale per il nostro tempo. Il nostro Papa Benedetto XVI ce lo presenta in modo splendido nella sua omelia per la beatificazione, il 1° maggio 2011:

“Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: “Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria” (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266)”.

Così il nostro Papa Benedetto ci indica veramente il centro della vita, della santità e del magistero di Giovanni Paolo II, in riferimento al Vangelo, alla luce del Concilio e del santo che ha avuto il più grande influsso sulla sua vita. Sono evidentemente indicati i due capitoli più luminosi della Lumen Gentium: il capitolo V sulla vocazione universale alla santità e il capitolo VIII su Maria nel Mistero di Cristo e della Chiesa.  Sono stati come i due “fari” inseparabili che hanno illuminato tutto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II per mostrare a tutto il Popolo di Dio la strada della santità con una splendida spiritualità cristocentrica e mariana, quella di san Luigi Maria Grignion de Montfort, sintetizzata nel suo capolavoro, il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine.

Nel Trattato del Montfort, il Totus Tuus è indirizzato a Gesù per mezzo di Maria (cf VD 233), ma è anche rivolto a Maria con l’intenzione di darsi pienamente a Gesù fino ad amarlo con il suo Cuore Immacolato. E’ sempre cristocentrico e mariano.  Le parole in latino del Montfort, citate da Benedetto XVI nella sua omelia per la beatificazione, erano continuamente ricopiate dal Karol Wojtyla sulle prime pagine di tutti i suoi manoscritti, già quando era seminarista, poi come sacerdote, vescovo e papa! Queste parole si trovano alla fine del Trattato, quando Luigi Maria invita il suo lettore a vivere pienamente la comunione eucaristica con Maria e in Maria. Si tratta di rinnovare la consacrazione del battesimo nelle mani di Maria per ricevere con Lei il Corpo di Gesù, in questa grande dinamica che va dal battesimo all’Eucaristia[5]. Ciò che il santo dice al fedele vale in modo particolare per il sacerdote che celebra la Messa ogni giorno. Conviene infatti rinnovare questa consacrazione mariana “prima di celebrare o di partecipare alla santa Messa, alla Comunione, ecc.” (VD 259).  La spiritualità cristocentrica e mariana del Montfort, vissuta da Giovanni Paolo II, è anche essenzialmente eucaristica.

Qui, bisogna ricordare, secondo l’orientamento dei santi dei precedenti secoli (specialmente santa Caterina da Siena), che la Comunione quotidiana è una delle realtà essenziali per i santi moderni, una definitiva conquista della Chiesa un secolo fa, grazie a san Pio X (nel decreto Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905). Giovanni Paolo II è stato un grande testimone del valore dell’Eucaristia quotidiana, per i sacerdoti e per i laici,  fino al momento della sua morte. Il Pane quotidiano è inseparabilmente il Pane di Vita e la Parola di Vita, l’Eucaristia e il Vangelo, la comunione e la lettura della Bibbia, tutti i giorni. Su questo punto è anche esemplare la testimonianza di Chiara Lubich. E’ di grande attualità di fronte alla diffusa e pericolosa ideologia del cosiddetto “digiuno eucaristico”, che mette in discussione alla quotidianità della comunione eucaristica. Dopo il Concilio, che ha pienamente “riabilitato” la Bibbia per tutti i fedeli, superando il più grande limite della “Contro-Riforma”, si deve affermare: Mai l’Eucaristia senza la Bibbia, mai la Bibbia senza l’Eucaristia!

Il Totus Tuus è interamente ispirato dal Vangelo. E’ Gesù stesso che ha dato il discepolo alla Madre: “Ecco il tuo figlio”, e la Madre al discepolo: “Ecco la tua Madre” (Gv 19, 26-27). E il discepolo ha subito accolto questo grande dono, secondo lo stesso testo del Vangelo: “A partire da quest’ora, il discepolo la prese con sé” (Accepit eam discipulus in sua, nella traduzione della Vulgata, citata dal Montfort).  L’accoglienza di questo dono è vissuta nel dono totale di sé, espresso nel Totus Tuus. Così, il Verbo Incarnato e Redentore, con la sua parola onnipotente ha creato una nuova relazione tra Maria e il Discepolo, una relazione di amore nella reciprocità del dono di sé. Luigi Maria lo dice in modo splendido, citando il vangelo:

“La Santissima Vergine, che è madre di dolcezza e di misericordia, e non si lascia mai vincere in amore e generosità, vedendo che ci si dona interamente a lei per onorarla e servirla, spogliandosi di ciò che si ha di più caro per onorarla, si dona lei pure interamente e in modo ineffabile a colui che le dona tutto. Ella lo immerge nell’abisso delle sue grazie; lo adorna dei suoi meriti; lo sostiene con la sua potenza; lo illumina della sua luce; lo infiamma del suo amore; gli comunica le sue virtù: l’umiltà, la fede, la purezza, ecc.; diventa sua garante, suo supplemento e suo tutto verso Gesù. Infine, poiché questa persona consacrata è tutta di Maria, anche Maria è tutta sua, e si può dire di questo perfetto servo e figlio di Maria ciò che san Giovanni l’Evangelista dice di se stesso, che ha preso la Santissima Vergine come ogni suo bene: Accepit eam discipulus in sua.” (VD 144).

Questo dono reciproco rende profondamente felice l’uomo: “Beatus Vir”!  E’ come il grido del cuore di san Luigi Maria quando dice a Gesù: “Quanto è felice l’uomo che abita nella casa di Maria, dove tu stesso hai stabilito per primo la tua dimora!” (VD 196). La stessa felice esperienza viene espressa sempre in riferimento allo stesso testo del Vangelo:

“Quanto è felice un uomo che ha dato tutto a Maria, che si affida e si perde in tutto e per tutto in Maria! Egli è tutto di Maria e Maria è tutta per lui. Egli può dire audacemente con Davide: Haec facta est mihi: Maria è fatta per me; o con il discepolo prediletto: Accepi eam in mea: L’ho presa per ogni mio bene; oppure con Gesù Cristo: Omnia mea tua sunt, et omnia tua mea sunt : Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie.” (VD 179).

Penso che queste parole del santo sono l’espressione tipica di un sacerdote come uomo consacrato nel celibato, par il quale un così grande amore di Maria, la Nuova Eva, la Donna tutta Bella e tutta Santa, è fonte di gioia, di purezza, di equilibrio e anche di un rapporto giusto e sereno con tutte le donne[6]. La testimonianza di Giovanni Paolo II è stata esemplare su questo punto. Ne ha rivelato il segreto spirituale in una breve Meditazione sul “Dono Disinteressato”, scritta da lui l’8 febbraio 1994 e rimasta finora inedita. E’ un testo splendido che si conclude proprio con il Totus Tuus[7].

Ma questo dono di Maria viene sempre da Gesù e porta sempre a Gesù. E’ il senso della domanda Praebe mihi Cor Tuum, Maria (“dammi il tuo Cuore, o Maria”). Non si tratta principalmente di amare Maria, ma piuttosto di amare Gesù con il Cuore di Maria, e in Lui di amare il Padre e lo Spirito Santo, la Chiesa e tutti gli uomini. La persona che esprime e che vive il Totus Tuus, vive ed esprime allo stesso tempo il Totus Meus: Cristo è tutto mio, e Maria anche è tutta mia (Tota Mea). Erano proprio le parole di san Giovanni della Croce nella preghiera dell’anima innamorata:  “Mia è la Madre di Dio… Dio stesso è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.” (Detti di Luce e di Amore, n. 26).

Santa Teresa di Lisieux: Una grande Maestra di spiritualità sacerdotale

Santa Teresa di Lisieux, che san Pio X vedeva già come “la più grande santa dei tempi moderni”, è stata in seguito dichiarata Patrona delle Missioni da Pio XI e poi Dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II come “esperta della scientia amoris“. Morta a 24 anni, è un giovane genio che fa risplendere nell’amore tutti i più grandi contenuti della fede e della vita in Cristo. Per questo è stata la voce dominante negli esercizi spirituali per il Papa e la Curia Romana. E’ infatti un’incomparabile maestra di santità per tutto il Popolo di Dio in tutte le diverse vocazioni, e specialmente per le vocazioni sacerdotali. Non ha smesso di suscitare e di accompagnare innumerevoli vocazioni!

Prima della Lumen Gentium, Teresa ha messo in luce la grande e comune vocazione all’Amore, cioè alla santità, che è l’anima di tutte le diverse vocazioni nella Chiesa, a partire dall’Inno alla Carità di san Paolo (1 Cor 13):

“La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava, capii che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo Cuore era bruciante d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa, che se l’Amore si spegnesse, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi… Insomma che è Eterno! …

Allora nell’eccesso della mia gioia delirante ho esclamato: O Gesù mio Amore… la mia vocazione l’ho trovata finalmente, la mia vocazione, è l’Amore! …Sì ho trovato il mio posto, nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato … nel Cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore… così io sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!!!…” (Ms B, 3v).

Secondo le parole della stessa santa, è l’Amore di Gesù nel Cuore della Chiesa che anima tutte le vocazioni, e specialmente la vocazione sacerdotale. Teresa lo dice in modo semplice e geniale, riportando ogni sacerdote al cuore del suo sacerdozio:

“Sento in me la vocazione del Sacerdote: con quanto amore, o Gesù, ti porterei tra le mani quando, alla mia voce, discenderesti dal Cielo… Con quanto amore ti darei alle anime!” (Ms B, 2v).

Infatti, la carità sacerdotale trova la sua espressione suprema nell’Eucaristia,  come unico Amore di Gesù e dei fratelli, nei momenti culminanti della Consacrazione e della Comunione.

Partendo da questo centro di prospettiva, possiamo riassumere brevemente i principali aspetti della spiritualità sacerdotale di Teresa, seguendo la sua Storia di un’anima, quando racconta il suo pellegrinaggio a Roma, nel 1887, con molti sacerdoti.  All’età di 14 anni, la giovane scopre l’importanza della preghiera per la santificazione dei sacerdoti, che diventerà una dimensione essenziale della sua vita al Carmelo:

“L’altra esperienza che feci riguarda i sacerdoti. Non avendo mai vissuto nella loro intimità, non potevo capire lo scopo principale della riforma del Carmelo. Pregare per i peccatori mi rapiva, ma pregare per le anime dei sacerdoti che io credevo più pure del cristallo, mi pareva sorprendente!

Ah! ho capito la mia vocazione in Italia e non è stato andar troppo lontano per una conoscenza tanto utile! Per un mese ho vissuto con molti santi sacerdoti e ho visto che, se la loro dignità sublime li innalza al di sopra degli angeli, essi sono tuttavia uomini deboli e fragili… Se dei santi sacerdoti che Gesù chiama nel Vangelo « il sale della terra » mostrano nella loro condotta che hanno un bisogno estremo di preghiere, che dobbiamo dire dei tepidi? Gesù non ha detto anche: « Se il sale diviene scipito, con che cosa lo rafforzeremo? ».

Oh, Madre! Com’è bella la vocazione che ha per scopo di conservare il sale destinato alle anime! E la vocazione del Carmelo, poiché il fine unico delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è d’essere apostola degli apostoli, pregando per essi mentre evangelizzano le anime con le parole e so­prattutto con gli esempi…” (Ms A, 56r).

Così, l’amore di Teresa per i sacerdoti non diminuisce, vedendo le loro debolezze, ma al contrario, cresce e diventa più realista e maturo, con amore di sorella e di madre. A partire da questo momento, la giovane s’impegnerà fino in fondo per la santificazione dei sacerdoti, nella grande prospettiva della Missione della Chiesa per la salvezza di tutti gli uomini.  Allo stesso tempo, nello stesso racconto, non teme di criticare con sapienza e gentilezza un certo clericalismo caratterizzato dall’ostilità verso le donne[8].

Entrando poi al Carmelo all’età di 15 anni, Teresa esprime con grande chiarezza l’orientamento della sua vocazione contemplativa: “Quello che venivo a fare nel Carmelo, lo dichiarai ai piedi di Gesù Ostia, nell’esame che precedette la mia professione: ‘Sono venuta per salvare le anime, e soprattutto a pregare per i sacerdoti'” (Ms A, 69v).

Questa intenzione viene spesso ripetuta da Teresa nelle sue lettere alla sorella Celina, durante i suoi primi anni al Carmelo. Ecco, per esempio, le sue parole nella lettera scritta l’ultimo giorno dell’anno  1889:  “Celina, se vuoi, ci possiamo mettere a convertire le anime, bisogna che quest’anno facciamo molti sacerdoti che sappiano amare Gesù! che lo tocchino con la stessa delicatezza con cui lo toccava Maria nella sua culla” (LT 101).  E’ evidente qui la sfumatura dell’amore materno. Teresa condivide la maternità di Maria, Madre dei sacerdoti che insegna a loro l’Amore di Gesù nell’Eucaristia. Il paragone tra il Corpo di Gesù nella culla e nell’Ostia è tipico in Teresa, come in san Francesco d’Assisi, con la stessa insistenza sull’umiltà e la piccolezza del Figlio di Dio, espressione suprema del suo Amore[9].  Il Sacerdote che tocca ogni giorno il vero Corpo di Gesù nell’Eucaristia deve condividere l’atteggiamento di Maria che lo toccava nella sua culla, con lo stesso amore, la stessa fede, lo stesso rispetto, lo stesso senso profondo di adorazione.

Più tardi, Teresa spiega alle stessa Celina la complementarità tra la sua vocazione di religiosa contemplativa e quella del sacerdote per la comune opera della salvezza delle anime. Così, la santa attribuisce a Gesù queste parole:

“‘Voi siete i miei Mosè in preghiera sulla montagna domandatemi operai ed io ve ne manderò. Non aspetto che una preghiera, un sospiro del vostro cuore!’

L’apostolato della preghiera non è forse, per così dire, più elevato che quello della parola?  La nostra missione, come Carmelitane, è di formare degli operai evangelici che salveranno migliaia di anime delle quali noi saremo le madri… Celina, se non fossero le parole stesse di Gesù, chi oserebbe credervi?… Io trovo che la nostra parte è veramente bella!… Che cosa abbiamo da invidiare ai sacerdoti?” (LT 135)

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Qui, Teresa fa riferimento al capitolo 17 dell’Esodo, dove Mosè sta sulla montagna in preghiera mentre il popolo combatte nella pianura. E’ la sua preghiera, a mani alzate, che ottiene da Dio la vittoria per il popolo. La carmelitana allude spesso a questo testo biblico per interpretare la sua vocazione contemplativa: essere un “piccolo Mosè”.  Così, attraverso la sua preghiera, Teresa è veramente formatrice dei sacerdoti, impegnata per la loro santificazione e la fecondità del loro ministero. Qui colpisce ancora l’espressione della maternità spirituale della carmelitana: è madre delle anime evangelizzate dai sacerdoti, e non ha dunque niente da invidiare alla loro paternità spirituale.

In queste lettere a Celina, c’è anche un’attenzione particolare per i sacerdoti più peccatori e anche più scandalosi. Teresa prega con fiducia per la loro conversione, per la loro salvezza. In modo esplicito, la santa fa riferimento al Padre Hyacinthe Loyson, carmelitano apostata, sposato, ribelle contro la Chiesa cattolica e scomunicato. Mentre i buoni cristiani dell’epoca lo chiamano “Giuda” e “Traditore”, Teresa continua a chiamarlo “il nostro fratello, un figlio della santa Vergine”, ricordando così la sua appartenenza al Carmelo. La carmelitana spera pienamente la sua conversione e la sua salvezza, come lo aveva fatto per il criminale Pranzini, suo “primo figlio”, ma senza nascondere la gravità del suo peccato senza dimenticare la gravità del suo peccato[10]. Fino alla fine, la santa s’impegnerà per la sua salvezza, offrendo per lui la sua ultima comunione.

Provvidenzialmente,  negli ultimi anni della sua vita, Teresa ha ricevuto due fratelli spirituali, il seminarista Maurice Bellière, che entrerà poi dai Padri Bianchi e il giovane sacerdote Adolphe Roulland, delle Missioni Estere di Parigi. Le numerose lettere che la santa scrive per loro sono ricche di spiritualità sacerdotale e missionaria. Anzitutto, Teresa prega per loro. Ne abbiamo una bella espressione sua nella preghiera  per il seminarista Bellière,  nella quale parla successivamente a Gesù e a Maria:

“Gesù mio, vi ringrazio di colmare uno dei miei più grandi desideri: quello d’avere un fratello sacerdote e apo­stolo ! Sono indegna, è vero, di questo favore; ma giacché vi de­gnate di concedere alla vostra povera piccola sposa la grazia di lavorare in modo speciale per la santificazione di un’anima destinata al sacerdozio, con gioia vi offro per essa tutte le preghiere e i sacrifici di cui posso disporre; vi chiedo, o mio Dio, di non guardare ciò che sono, ma ciò che dovrei e vorrei essere, ossia, una religiosa tutta infiammata del vo­stro amore.

Voi lo sapete, Signore, l’unica mia ambizione è di farvi conoscere e amare: ora il mio desiderio sarà attuato. Io non posso che pregare e soffrire; ma quegli, al quale vi degnate unirmi con i dolci vincoli della carità, scenderà nella pianura a combattere per conquistarvi dei cuori, mentre io, sulla montagna del Carmelo, vi supplicherò di accordargli vittoria”(Pr 8)

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Lo affida poi alla protezione di Gesù nei pericoli e tentazioni della vita,  e alla guida materna di Maria. E’ Maria che insegnerà a questo futuro sacerdote la realtà più importante che è  il suo Amore per Gesù, per il vero Corpo di Gesù nella culla e nell’Ostia,  nella sua purezza verginale:

“O Maria, dolce Regina del Carmelo, a voi affido l’anima del futuro sacerdote, di cui sono l’indegna sorellina! Degnatevi insegnargli fin d’ora con quale amore voi toc­cavate il celeste Bambino Gesù e lo involgevate nelle fasce perché un giorno possa ascendere al santo altare e portare nelle sue mani il Re dei cieli.      Vi chiedo ancora di custodirlo sempre all’ombra del manto vostro verginale, fino al momento felice in cui, lasciando questa valle di lacrime potrà contemplare il vostro splendore e godere durante tutta l’eternità dei frutti del suo glorioso apostolato” (ibid).

Le lettere scritte allo stesso seminarista sono tra le più belle dell’epistolario di Teresa. Bellière era un giovane ancora debole, immaturo e molto emotivo. Teresa sa adattarsi a lui, parlargli con grande affetto, con una tenerezza fraterna e materna, per incoraggiarlo a seguire anche lui la piccola via di fiducia e di amore, superando tutti i suoi timori, i suoi scrupoli. La santa dà lo stesso insegnamento al Padre Roulland, ma in una forma abbastanza diversa, perché  è già sacerdote e uomo maturo, anche se è giovane (ha 26 anni quando diventa il fratello spirituale di Teresa). La carmelitana lo aiuta anche a liberarsi completamente da questa paura di Dio che viene dal giansenismo (cf LT 226).

Il 24 gennaio 1897, Teresa scrive al seminarista Bellière una lettera molto bella nella quale definisce la sua  missione per l’eternità, in cielo come in terra con le parole: amare Gesù e farlo amare (LT 220).  Poi, alludendo alle sue poesie mandate insieme a questa lettera, la santa scrive queste parole importantissime:

“Questi versi si adattano più ad una religiosa che ad un seminarista. Spero tuttavia che vi faranno piacere. Non è forse la vostra anima la fidanzata dell’Agnello divino, e non diventerà presto la sua sposa, il giorno benedetto della vostra ordinazione a suddiacono?” (ibid).

Qui, troviamo infatti l’insegnamento più luminoso di Teresa riguardo al celibato sacerdotale. La santa non fa altro che di adattare ad un futuro sacerdote, l’argomento essenziale delle sue poesie che è l’Amore sponsale di Gesù[11]. Per Teresa infatti, la religiosa è essenzialmente Sposa di Cristo: è una realtà che vive intensamente e insegna sempre alle consorelle, specialmente nelle sue poesie.

Così, offrendo queste poesie ad un uomo, a un seminarista chiamato a consacrarsi nel celibato, la nostra santa le offre a tutti i seminaristi e a tutti i sacerdoti, con la stessa chiave di lettura: l’insistenza sulla dimensione sponsale del celibato.  L’anima del candidato al sacerdozio diventa sposa di Gesù con l’impegno perpetuo nel celibato (oggi avviene al momento dell’ordinazione diaconale, poiché non esiste più il suddiaconato).

Santa Caterina da Siena e la Venerabile Concepcion Cabrera de Armida, testimoni della Maternità spirituale verso i sacerdoti

La Congregazione per il Clero, nel 2007, ha pubblicato un importante documento intitolato: Adorazione eucaristica per la santificazione dei sacerdoti e maternità spirituale. E’ un argomento anche molto caro al nostro Papa Benedetto, di cui ha specialmente parlato nella sua recente catechesi su santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa:

“Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito. Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate. «Figlio vi dico e vi chiamo – scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini -, in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio» (Epistolario, Lettera n. 141: A don Giovanni de’ Sabbatini). Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici era solita indirizzarsi con queste parole: «Dilettissimo e carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù»” (Udienza Generale del 24 novembre 2010).

Infatti, ciò che colpisce di più nell’ampio Epistolario di Caterina è la sua meravigliosa maternità spirituale, vissuta nell’unione intima con Maria accanto alla Croce di Gesù. Tutte le lettere infatti cominciano con le stesse parole: “Al Nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce”. Caterina condivide veramente l’amore materno di Maria verso tutti gli uomini per i quali Cristo è morto, con il desiderio appassionato della loro salvezza. Si potrebbe anche dire che la santa ripete instancabilmente a tutti le parole di Maria a Cana: “Fate tutto ciò che Gesù vi dirà” (Gv 2, 5). Come Madre, Caterina sa adattare a ciascuno dei figli la stessa esigenza evangelica, uomini e donne, giusti e peccatori.

Ma questo amore materno che abbraccia veramente tutti, si manifesta specialmente verso i discepoli della santa, i membri di questa straordinaria “famiglia” cateriniana, che trova la sua unità nel riferimento alla “Mamma”, come tutti la chiamano. In modo particolare, Caterina è la Madre dei sacerdoti. Le sue lettere ai discepoli sacerdoti la rivelano come una meravigliosa formatrice e educatrice del loro cuore nell’amore di Gesù. Così, santa Caterina è un esempio luminoso di donna formatrice del clero attraverso la maternità spirituale. E’ forse l’impegno più profonda della santa per la Riforma della Chiesa, sempre necessaria lungo la storia, e particolarmente nei momenti di forte crisi. Al tempo di Caterina era la crisi del Grande Scisma d’Occidente.

Caterina è una laica consacrata nella verginità, ma vediamo che la stessa realtà può essere vissuta da una laica sposata e madre di famiglia, ed è proprio l’esempio di Concepcion (o Conchita) Cabrera de Armida (1862-1937), dichiarata Venerabile da Giovanni Paolo II nel 1999, alla vigilia del grande giubileo. Conchita un esempio splendido di maternità spirituale, citato nel documento della Congregazione per il Clero (insieme a Teresa di Lisieux e altre), che possiamo scoprire nel libro recentemente pubblicato in traduzione italiana: Essere Madre[12], e che raccoglie i testi scritti da lei e dal suo padre spirituale.  E’ la stessa Luce di Cristo che si riflette in due cuori molto belli e molto puri che sono come due specchi: il cuore di questa santa donna e il cuore di un uomo che è il suo padre spirituale, il Servo di Dio Mons. Luis María Martínez (1881-1956), vescovo ausiliare di Morelia, che diventerà poi arcivescovo primate di Messico  E’ una esperienza di luce vissuta da tutti e due insieme durante 8 giorni di esercizi spirituali (10-17 settembre 1927). 

L’esperienza umana e spirituale di Conchita è straordinariamente ricca: è la duplice esperienza del sacramento del matrimonio e del matrimonio spirituale, della maternità naturale (ha avuto 9 figli) e di una immensa maternità spirituale. Si deve insistere sull’unità e la continuità della suo cammino di santità, prima nella vita matrimoniale, e poi come vedova (suo marito Francisco è morto nel 1901).  E’ una laica che è fondatrice di due congregazioni  religiose e di molte opere ecclesiali. La sua maternità spirituale si esercita verso tutti, ma specialmente verso i vescovi e sacerdoti al momento della grande persecuzione religiosa nel Messico. E’ da sottolineare che l’anno 1927, nel quale si svolgono questi esercizi spirituali, è l’anno del martirio di tanti sacerdoti e laici.

Ascoltiamo dunque un vero “inno alla maternità” cantato da due voci molto belle e pure, in una splendida relazione spirituale tra un uomo e una donna, un sacerdote e una laica, con queste dimensioni di paternità e maternità. Infatti Mons. Martinez è per Conchita “il figlio della luce”, un eccezionale figlio affidato alla sua maternità spirituale. Ma lei è anche una vera figlia affidata alla sua paternità spirituale per il pieno ed ultimo sviluppo della sua santità. Si vedeva la stessa realtà tra santa Caterina da Siena e il beato Raimondo da Capua, spesso chiamato da lei: “Carissimo padre e figlio in Cristo Gesù dato da quella dolce Maria” (Lettera 226). E’ proprio il massimo della relazione spirituale tra una donna e un uomo, nella perfetta uguaglianza e reciprocità[13]. E’ una relazione molto pura, senza nessun attaccamento sbagliato, nella quale i due cuori sono come degli specchi limpidi che riflettono la stessa Luce di Cristo nello Spirito Santo, illuminandosi a vicenda. Così le meditazioni scritte da Mons. Martínez sono evidentemente un puro riflesso dell’esperienza mistica di Conchita, ma illuminata dalla sua profonda teologia, per aiutare la stessa Conchita ad approfondire ancora la sua esperienza.

Una delle più belle meditazioni ha proprio come oggetto la maternità come sacerdozio mistico. Con grande chiarezza teologica, Mons. Martinez esprime la distinzione tra il sacerdozio battesimale che la donna vive sotto l’aspetto della maternità spirituale o mistica, e il sacerdozio ministeriale, nella partecipazione al Sacerdozio e Sacrificio di Cristo:

“Il sacerdozio mistico, intimamente unito alla maternità, è forse come il suo atto supremo che consiste in questo: offrire Gesù in sacrificio al Padre suo Celeste. La ragione di questo sta nel fatto che la maternità spirituale è un riflesso della divina Paternità, e il Padre Celeste non ‘risparmiò′ il proprio Figlio, ma lo consegnò [al sacrificio] per tutti noi. Ogni madre in qualche modo deve sacrificare il proprio figlio, perché ogni madre deve fare del bene al figlio e sulla terra i beni maggiori nascono dal sacrificio. Ma, sebbene le altre madri non abbiano questo dovere, la madre mistica di Gesù avrebbe, come suprema missione, quella di sacrificare questo Figlio divino. Perché? Il maggiore e più eccellente atto di Gesù è il suo Sacrificio, quello che più glorificò il Padre, quello che più esaltò Gesù, quello che più fece bene agli uomini. Per questo fine il Verbo venne sulla terra. (…) Giustamente Gesù desiderava ardentemente il suo sacrificio; e che cosa poteva desiderare l’amore, se non il supremo compimento dell’amore? Giustamente il Padre sacrificò il suo Gesù. Cosa poteva fare di più per Lui? Giustamente Gesù volle che quel Sacrificio fosse immortale che si perpetuasse fino alla fine dei secoli nell’Eucaristia e nelle anime. D’ora in poi chi ama Gesù e chi ama le anime, la cosa più sublime che può fare per Lui e per loro, è offrirli in sacrificio. La cosa migliore che possiamo fare i sacerdoti è offrire Gesù sull’altare; la cosa migliore che può fare un’anima è offrire Gesù sull’intimo altare del proprio cuore. L’anima che è madre condivide nella maniera più perfetta l’amore del Padre Celeste; e quell’amore – che è lo Spirito Santo – la spinge incessantemente ad offrire in sacrificio Gesù, a offrirlo per la gloria di Dio, per la gloria di Gesù, per il bene delle anime.

Lei si lamenta di non essere sacerdote; ebbene offrendo misticamente Gesù lei lo è, è un sacerdozio mistico ma reale, glorioso, amoroso, molto fecondo. E sappia che da quel sacerdozio nasce la sua fecondità nelle anime e che niente di meglio può fare per loro che offrire Gesù. E offrirsi e offrirle con Lui. È chiaro che questo sacrificio mistico esige che con Gesù, anche lei si offra e si sacrifichi misticamente perché siete una stessa cosa! e penso che, il fine specifico dell’incarnazione mistica è questo sacerdozio. (…) Ai piedi della Croce, nel Sacrificio reale di Cristo, c’era Maria, sua Madre. Ai piedi della Croce, nel Sacrificio della Croce, c’è la sua madre mistica.

Come vorrebbe Gesù che ogni sacerdote fosse una madre e ogni madre un sacerdote! Chieda che molti sacerdoti siamo (sic) madri. E ripeta incessantemente, con tutto l’amore del suo cuore di madre, le parole sacerdotali: “questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue” (Essere Madre, p. 59-62).

Sono convinto che questa dottrina del sacerdozio mistico della donna come madre,  interpretato alla luce della dottrina del Concilio Vaticano II sul sacerdozio battesimale, potrebbe dare tanta luce per mostrare come l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alla donna non significa nessuna inferiorità, ma è segno di una vocazione diversa e complementare.

La beata Chiara Badano: la vocazione alla santità di una giovane laica del nostro tempo

Chiara Badano (1971-1990) è la prima beata del Movimento dei Focolari. E’ una giovane laica del nostro tempo, vissuta al momento del pontificato del beato Giovanni Paolo II, che ha risposto pienamente alla grande vocazione della santità, in una vita normale,  e finalmente nei due ultimi anni di una dolorosissima malattia.

Con Teresa di Lisieux, abbiamo visto il grande tema dell’Amore Sponsale di Cristo nella prospettiva della vocazione al celibato consacrato, della religiosa e del sacerdote. Adesso, ritroviamo la stessa realtà nella prospettiva della vocazione di tutti alla santità, sia nel celibato, sia nel matrimonio, secondo l’insegnamento di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari:  “Abbiamo fatto di Gesù abbandonato lo Sposo della nostra vita. Che cosa comporta? Dallo Sposo non ci si può separare; se viene un dolore si rimane uniti; si predilige sempre lo Sposo”. Ed è proprio il messaggio che la giovanissima Chiara Badano aveva ricevuto a partire dal suo primo incontro con il Movimento, quando non aveva ancora 10 anni. Più tardi, all’età di 12 anni, lo dice fortemente in due lettere indirizzate alla stessa Chiara Lubich[14].

Assimilando in profondità l’insegnamento della Fondatrice dei Focolari, la giovane illustra in modo semplice e splendido la componente sponsale dell’Amore di Gesù Crocifisso, testimoniata dai santi. Non si tratta per niente di una cosa sentimentale e superficiale, ma della radicalità evangelica dell’Amore di Cristo. Amare Gesù come Sposo significa abbracciare la sua Croce. Per santa Chiara d’Assisi, Cristo Sposo è Cristo Crocifisso (Seconda Lettera ad Agnese di Praga). Per san Giovanni della Croce è proprio sulla Croce che Gesù ha “sposato e redento la natura umana, e per conseguenza ogni anima” (Cantico Spirituale B, str 23). Con Amore di Sposa Teresa di Lisieux contempla il Volto di Gesù sofferente. Tuttavia, mentre la giovane carmelitana esprime questo amore sponsale nella specificità della vocazione alla vita consacrata, la giovane laica lo vive nella comune vocazione alla santità, nell’impegno del “Santo Viaggio”. Sappiamo infatti, da tutte le testimonianze, che Chiara non ha mai pensato alla vita religiosa, ma al matrimonio e alla famiglia: “Il suo sogno era di sposarsi e di avere una famiglia”.

Chiara Lubich, come tanti altri movimenti recenti, propone a tutti i battezzati di amare Gesù come Sposo. Questo non è riservato ai consacrati, ma offerto a tutti i membri della Chiesa, Sposa di Cristo. La vita consacrata come il sacramento del matrimonio sono due modi diversi di vivere l’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Tale era già la prospettiva di san Francesco d’Assisi nella sua Lettera a Tutti i Fedeli. Secondo le sue parole, ogni persona che vive nella carità (e solo la persona che vive nella carità), è veramente sposa di Cristo, che sia un uomo o una donna, una persona sposata o una persona consacrata. Tutti sono chiamati alla piena realizzazione del “matrimonio spirituale” con Cristo, che è la santità[15].

Questo aspetto dell’Amore sponsale di Gesù Crocifisso, proposto a tutti, e già in modo particolare ai bambini e agli adolescenti, è di grande importanza e attualità. Credo che sia la grande arma nel combattimento spirituale dei giovani per vivere la carità e la castità, sia nella preparazione al matrimonio, sia nella preparazione alla vita consacrata nel celibato.  Secondo le parole di san Luigi Maria Grignion de Montfort, il vero cristiano deve essere un “innamorato di Gesù″ (Cantici 54-56). Così il parroco definisce Chiara come “innamorata di Gesù nel Sacramento”. Nella sua vita si vede tutta l’autenticità e l’efficacia di un tale “innamoramento”. E’ la migliore scuola evangelica per seguire Gesù portando la sua croce, dalle piccole croci dell’infanzia, fino alla grande croce della malattia. L’Amore di Gesù Abbandonato e Crocifisso come Sposo è sicuramente il grande dinamismo di tutta la sua vita che la rende finalmente capace di una tale unione con Lui sulla Croce, fino a vedere la morte come un vero e autentico Matrimonio Spirituale con Lui[16].

Il celibato sacerdotale come autentico “matrimonio spirituale” con Cristo, secondo il Venerabile Don Giuseppe Quadrio

Il venerabile Don Giuseppe Quadrio (1921-1963) morto all’inizio del Concilio Vaticano II, per il quale aveva offerto la sua vita, è un sacerdote salesiano, un santo sacerdote e religioso che era allo stesso tempo un eccellente teologo e un mistico. E’ stato dichiarato venerabile dal nostro Papa Benedetto il 19 dicembre 2009 insieme a Giovanni Paolo II e Pio XII, mentre lo stesso giorno era approvato il miracolo per la beatificazione di Chiara Badano.

La sua storia vocazionale è simile a quella di Teresa di Lisieux: è come un puro e continuo “sì” a Gesù, dall’infanzia fino alla morte, all’età di 42 anni dopo una lunga e dolorosa malattia. Il bambino di 10 anni aveva già fatto alla Madonna voto di verginità perpetua: “Il voto di essere solo tuo e di Gesù per sempre”.  Conquistato dalla santità di Don Bosco, entra a 15 anni (come Teresa) al noviziato dei Salesiani, vivendo tutta la sua adolescenza e giovinezza come un autentico innamoramento di Gesù e di Maria, con un vero cammino di vita mistica. In questo è molto simile al giovane Karol Wojtyla, suo contemporaneo, con la stessa profonda spiritualità cristocentrica e mariana, nella preparazione al sacerdozio e nell’impegno nello studio accademico al più alto livello. Don Giuseppe è un brillante teologo, specialmente impegnato nel campo della mariologia, con una importante tesi di dottorato sull’Assunzione di Maria difesa alla Gregoriana nel 1949, cioè un anno prima della definizione del dogma da parte di Pio XII.

Don Quadrio ci ha lasciato dei testi bellissimi su san Giuseppe, suo patrono. Come Giovanni Paolo II, Don Quadrio ha una splendida teologia e mistica dell’amore sponsale, nella verginità e nel matrimonio. Ed è in questa luce che contempla san Giuseppe in una omelia per il 19 marzo 1957, scrivendo  una pagina molto bella sul matrimonio di Giuseppe e di Maria, ricca della sua propria esperienza. Tutto è fondato sulla verità della fede, sul dogma: “Il matrimonio di Giuseppe con Maria fu perfettamente verginale. Questa è una verità di fede legata al dogma cattolico della verginità perpetua della Madre di Dio”. Esattamente come Teresa di Lisieux conosceva per esperienza il “Cuore di Madre” di Maria, così, Don Quadrio conosce “dal di dentro” il Cuore verginale di san Giuseppe nella profondità del suo Amore per Gesù e Maria. Ha fatto personalmente l’esperienza dell’Amore “verginizzante” di Maria per il suo cuore di uomo giovane e innamorato. Giuseppe è l’uomo che ha amato di più Gesù e Maria, con il suo cuore di sposo e di padre, ed è esempio perfetto di sponsalità e di paternità per gli uomini sposati come per gli uomini consacrati nella verginità, nel celibato.

In questa luce, Don Quadrio condivide la sua esperienza profonda quando presenta ai giovani salesiani il vero senso dell’impegno definitivo nel celibato (al momento del suddiaconato), paragonando la verginità consacrata con il matrimonio:

“Il vergine rassegnato, anche se poi sarà sempre fedele ai suoi impegni, non incarna in sé l’ideale del vergine consacrato, che è uno sposo amante e appassionato della persona che ha scelto tra mille, come l’unica che faceva per lui (…)  La verginità consacrata è un vero e reale matrimonio con Cristo, anche se matrimonio mistico e spirituale. L’essenza del matrimonio umano è lo svelare il mistero profondo del proprio essere ad una creatura, donandoglisi anima e corpo con un abbandono completo, esclusivo e definitivo.  L’essenza della verginità consacrata è rimettere nelle mani di Gesù il mistero profondo del proprio essere,  rimetterglielo intatto e sigillato, con un dono completo, esclusivo  e definitivo del corpo, del cuore, dello spirito. Dilectus meus mihi et ego illi, qui pascitur inter lilia (Ct 2, 16) è la formula più felice dell’amore sponsale che unisce in dolcissimo nodo Cristo con l’anima verginale consacrata”.

Abbiamo visto che lo stesso pensiero era espresso da santa Teresa di Lisieux, tanto cara a Don Quadrio, quando scriveva al fratello spirituale seminarista: “La vostra anima non è forse la fidanzata dell’Agnello divino e non diventerà presto la sua sposa, il giorno benedetto della vostra ordinazione al Suddiaconato?” (LT 220).  Penso che questo è di grande attualità, per vivere bene il celibato consacrato in questa dimensione di sponsalità e di paternità.

In conclusione, secondo le parole del Concilio, “la Chiesa universale si presenta come ‘un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo'” (Lumen Gentium, n. 4).  Così è anche una grande famiglia, sempre illuminata dalla Santa Famiglia di Nazareth. Ed è lo stesso Gesù, “Uno della Trinità”, che è al centro della Trinità, tra il Padre e lo Spirito Santo, e al centro della Santa Famiglia, tra Maria e Giuseppe. Così santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, fondando la prima comunità del Carmelo Riformato e dedicandola a san Giuseppe, ne faceva una vera icona ecclesiologica: una comunità nella quale Gesù è sempre al centro sotto la custodia di Maria e di Giuseppe (cf Vita, 32, 11).

Una tale impostazione della Chiesa all’interno della Santa Famiglia, con “Gesù in mezzo”, Gesù al Centro tra Maria e  Giuseppe ha un valore universale, per ogni persona, uomo o donna, per ogni famiglia come per ogni comunità, per tutte le vocazioni. La Santa Famiglia è il “luogo” nel quale tutte le relazioni umane più fondamentali sono presenti, nella più grande perfezione, nella perfetta santità: L’uomo e la donna, il matrimonio e la verginità, la sponsalità, la paternità e la maternità, la figliolanza e la fraternità. Lì, possiamo essere tutti fratelli e sorelle, essendo figli nel Figlio e fratelli dello stesso Figlio, figli dello stesso Padre e della stessa Madre, ma essendo anche tutti sposi, padri e madri, sia  nel Sacramento del Matrimonio, sia nel celibato consacrato vissuto nella divina fecondità del Sacramento dell’Ordine.

Roma, 1° novembre 2011,

nella Solennita di Tutti i Santi


[1]Cf il testo di Benedetto XVI citato nella n. 11: «Merita una menzione particolare la formazione al celibato dei candidati al sacerdozio. È importante che essi imparino a vivere e a stimare il celibato come dono prezioso di Dio e come segno eminentemente escatologico, che testimonia un amore indiviso a Dio ed al suo popolo e configura il sacerdote a Gesù Cristo, Capo e Sposo della Chiesa. Tale dono, infatti, in modo precipuo “esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore” e rappresenta un valore profetico per il mondo d’oggi».

[2] Documento n. 10 e 11.  Si possono citare anche due altri brani:  “Sono da tenere in considerazione i gruppi ecclesiali organizzati, i movimenti e le associazioni, in quanto preziosi “luoghi pedagogici” della proposta della vocazione sacerdotale. Al loro interno, l’incontro con il Cristo è favorito da una concreta attenzione alle persone, da una proposta spirituale chiara e incentrata sulla preghiera. Non poche vocazioni sono nate a partire da queste esperienze” (n. 14). “Nelle comunità ecclesiali occorre incoraggiare un vero e proprio movimento di preghiera per domandare al Signore le vocazioni. Infatti, «la preghiera cristiana, nutrendosi della Parola di Dio, crea lo spazio ideale perché ciascuno possa scoprire la verità del proprio essere e l’identità del personale e irripetibile progetto di vita che il Padre gli affida. È necessario, quindi, educare in particolare i ragazzi e i giovani perché siano fedeli alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio: nel silenzio e nell’ascolto potranno percepire la chiamata del Signore al sacerdozio e seguirla con prontezza e generosità»” (16).

[3] “E’ chiaro che il cammino vocazionale e la stessa formazione dovranno riprendere gli elementi essenziali dalla vita trinitaria stessa, propria del ministero ordinato, dove la chiamata personale di Cristo è a servizio di una vita di comunione-missione, riflesso della vita trinitaria. Un compito importante della pastorale vocazionale, quindi, sarà quello di offrire ai ragazzi e ai giovani un’esperienza cristiana, attraverso la quale si sperimenti la realtà di Dio stesso nella comunione con i fratelli  e nella missione evangelizzatrice. Sentendosi parte di una famiglia di figli e figlie che hanno il medesimo Padre, che li ama immensamente, sono chiamati a vivere da fratelli e sorelle e, perseverando nell’unità, si pongono al servizio della nuova evangelizzazione: «per proclamare e testimoniare la stupenda verità dell’amore salvifico di Dio». La pastorale della vocazione al ministero ordinato tende a generare uomini di comunione e missione, capaci di ispirarsi al “comandamento nuovo” (Gv 13,34) sorgente della “spiritualità di comunione” (n. 7)

[4] F.M. LETHEL: La Luce di Cristo nel Cuore della Chiesa. Giovanni Paolo II e la teologia dei santi (Esercizi Spirituali con Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2011), tradotto poi in francese dallo stesso autore: La Lumière du Christ dans le Coeur de l’Eglise. Jean-Paul II et la théologie des saints (Paris, ed. Parole et Silence, 2011).

[5] “Rinnoverai la tua consacrazione, dicendo: Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt; Io sono tutto tuo, mia cara Signora, con tutto ciò che mi appartiene. Pregherai questa buona Madre di prestarti il suo cuore, per accogliervi il Figlio suo con le sue stesse disposizioni. (…) Le chiederai il suo cuore con queste tenere parole: Accipio te in mea omnia, praebe mihi cor tuum, o Maria [Ti prendo per ogni mio bene, dammi il tuo cuore, o Maria!]” (VD 266). Fondata nella grazia del battesimo, questa consacrazione monfortana è un’espressione privilegiata del sacerdozio comune dei fedeli, esattamente come l’offerta all’Amore Misericordioso con due forti simboli biblici che riguardano lo stesso Sacrificio della Croce:  “Schiavitù d’Amore” e “Olocausto all’Amore”. Infatti, la morte della Croce, morte dello schiavo, del Servo Sofferente (cf Is 53 e Fil 2) è il Sacrificio perfetto, l’olocausto della Nuova Allezanza.

[6] Non c’è dubbio che, se la mediazione di Maria è importante per tutti, uomini e donne, sposati o consacrati, la sua femminilità verginale e “verginizzante” esercita una mediazione profonda e del tutto particolare per l’uomo consacrato nel celibato.  Così santi sacerdoti come Montfort, Giovanni Paolo II, Massimiliano Kolbe e tanti altri, sono veramente innamorati di Gesù e di Maria, di Gesù in Maria, di Maria che porta e dà sempre Gesù. Per alcuni, come per esempio san Giovanni Eudes e san Vincenzo Pallotti, l’essenziale “matrimonio spirituale” con Gesù includeva anche esplicitamente un matrimonio spirituale con Maria. Non c’è nessuna inconvenienza di questo nel mondo nuovo dell’Amore Verginale.

[7] “È giusto infine aggiungere che nella presente meditazione sul “dono disinteressato” è nascosto per certi versi un lungo cammino, un “itinerario” interiore che portava dalle parole che sentii nella mia giovinezza dalle labbra del mio direttore spirituale fino a quel “Totus Tuus” che mi accompagna continuamente datanti anni. Lo scoprii nei tempi dell’occupazione lavorando come operaio in Solvay. Lo scoprii attraverso la lettura del Trattato della Vera Devozione alla Madre di Dio” di San Luigi Grignon de Monfort. Fu il tempo quando avevo già scelto il sacerdozio, e lavorando fisicamente al tempo stesso studiavo la filosofìa. Mi rendevo conto che la vocazione sacerdotale avrebbe posto sulla mia strada tante persone che Dio mi avrebbe affidato in modo particolare ognuno e ognuna di loro: “donerà” e “affiderà”. Proprio allora sorse quel grande bisogno di quel mio affidamento a Maria il quale si esprime nelle parole “Totus Tuus”. Questo non è tanto una dichiarazione quanto una preghiera. Affinché non cedessi alla tentazione nemmeno nella forma più camuffata. Affinché rimanessi puro cioè “trasparente” per Dio e uomini. Affinché puro fosse il mio sguardo, l’udito e la mente. Affinché tutto servisse alla rivelazione del bello che Dio dona agli uomini”.

[8] “Non riesco ancora a capire perché mai le donne siano tanto facilmente scomunicate in Italia, ad ogni pié so­spinto ci veniva detto: « Non entrate qua… non entrate là sareste scomunicate! ». Ah povere donne, quanto disprezzo per loro! Eppure, sono ben più numerose degli uomini quelle che amano Dio, e durante la Passione di Nostro Signore le donne ebbero più coraggio degli Apostoli, poiché sfi­darono gl’insulti dei soldati e osarono asciugare il Volto adorato di Gesù. Certamente per questo egli permette che il disprezzo sia il loro retaggio sulla terra, poiché l’ha scelto per se stesso. In Cielo, saprà ben mostrare che i pensieri suoi non sono quelli degli uomini, poiché allora le ultime saranno le prime.” (Ms A, 66v).

[9]Cf  l’ultima Lettera di Teresa, cioè poche righe scritte per il suo fratello spirituale, il seminarista Maurice Bellière, su un’immagine che rappresenta Gesù Bambino nell’Ostia Consacrata: “Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (…) Io Lo amo! Infatti Egli non è che Amore e Misericordia!” (LT 266).

[10] “Celina cara, è davvero colpevole, più colpevole forse di quanto sia mai stato un peccatore convertito, ma non può forse Gesù fare quello che non ha mai fatto fin qui? Se non lo desiderasse, avrebbe messo nel cuore delle sue povere pic cole spose un desiderio irrealizzabile?… No, è certo che desi­dera più di noi ricondurre all’ovile questa povera pecorella smarrita. Verrà un giorno in cui i suoi occhi si riapriranno…  Non ci stan­chiamo di pregare. La fiducia compie miracoli e Gesù ha detto alla beata Margherita Maria: « Un’anima giusta ha tanto potere sul mio cuore che può ottenere il perdono per mille criminali ». Nessuno sa se è giusto o peccatore, ma, Ce­lina, Gesù ci fa la grazia di sentire in fondo al cuore che preferiremmo morire piuttosto che offenderlo. D’altronde non sono i nostri meriti ma quelli del nostro Sposo, e perciò nostri, che noi offriamo al Padre che sta nei cieli affinché il nostro fratello, un figlio della santa Vergine, torni vinto a gettarsi sotto il manto della più misericordiosa delle ma­dri” (LT 129).

[11] Qui, bisogna ricordare che l’amore sponsale integra e trasfigura l’eros che è propriamente l’amore innamorato, amore “estatico e unitivo”, che ha per oggetto principale la bellezza dell’essere amato. Questo tema maggiore della cultura greca, approfondito in modo particolare da Platone, è stato ripreso e purificato  dalla stessa Rivelazione biblica, come mostra l’autore del Libro della Sapienza che dichiara, riguardo alla Sapienza divina: “Ho desiderato prenderla come Sposa, sono diventato innamorato (érastès) della sua Bellezza” (Sap 8, 2). Origene, Gregorio di Nissa e sopratutto Dionigi Areopagita hanno approfondito questa sintesi tra agape e eros. Il nostro Papa Benedetto, nella sua prima Enciclica Deus Caritas est ha riproposto queste grandi prospettive patristiche, sorpassando felicemente la falsa opposizione tra agape e eros, e mostrando il loro fondamento nel Cuore di Dio. Ha sviluppato questo tema in luce cristologica nel suo Messaggio per la Quaresima del 2007

[12] CONCHITA CABRERA DE ARMIDA: Essere Madre. Esercizi Spirituali 1927 (Roma, 2010, ed. OCD). E’ tradotto fedelmente dal testo originale spagnolo: Ser Madre (Mexico, 1996, ed. Cimiento). Questo libro è stato regalato a tutti i Partecipanti degli esercizi.

[13] Ed è una luce preziosa per dissipare le tenebre di una falsa paternità (il clericalismo paternalistico) e di una falsa maternità (il maternalismo possessivo). Purtroppo il “sospetto” distruttivo nella crisi del 1968 puntava su queste caricature della paternità e della maternità per rifiutare la Paternità di Dio, la Maternità di Maria e della Chiesa e distruggere la paternità e la maternità umane.

[14] Nella prima, scritta il 17 giugno 1983, la giovane Chiara scrive: “Questo per me è stato il primo Congresso e devo dire che è stata un’esperienza meravigliosa: ho riscoperto Gesù abbandonato in modo speciale, l’ho sperimentato in ogni prossimo che mi passava accanto. Quest’anno mi sono proposta di vedere Gesù abbandonato come mio Sposo e accoglierlo con gioia e soprattutto con tutto l’amore possibile.”  Poi, scrivendo di nuovo il 27 novembre dello stesso anno 1983, afferma:  “La realtà per me più importante durante questo congresso è stato il riscoprire Gesù abbandonato. (…) Ho scoperto che Gesù abbandonato è la chiave dell’unità con Dio e voglio sceglierlo come mio primo Sposo e prepararmi per quando viene. Preferirlo! Ho capito che posso trovarlo nei lontani, negli atei e che devo amarli in modo specialissimo.” (testi citati nella Positio per la beatificazione di Chiara Badano).

[15] Questo è anche uno degli aspetti più belli dell’esperienza mistica e della dottrina spirituale di Chiara Lubich. Lei è una donna consacrata nella verginità che ha sposato Gesù Crocifisso, contemplato nell’estremo del suo Amore e della sua Sofferenza: “Gesù Abbandonato”, e così vive un’immensa maternità spirituale. Ma abbiamo appena visto che questo era ugualmente vero per una santa donna sposata e madre di famiglia, la Venerabile Conchita. Chiara ne era consapevole sin dall’inizio, scrivendo nel 1945 alla sorella Liliana che si preparava al matrimonio: “Tu sposi come me l’Amore Crocifisso e Abbandonato” (Lettere dei primi tempi, p. 73). Tutti sono chiamati a sposare Gesù Abbandonato, non solo i consacrati, ma anche gli sposati. L’Amore sponsale di Gesù Crocifisso è fondamentale per tutti, per la fedeltà degli sposi e dei consacrati.

[16] Chiara Lubich sapeva adattare per i bambini e gli adolescenti questi più grandi temi della mistica, come quello dell’Amore Sponsale di Gesù. Su questo punto bisogna leggere la trascrizione del suo discorso del 2003 ai giovani del Movimento, ma bisogna anche guardare il video per percepire la straordinaria comunicazione tra Chiara e i giovani, quando condivide con loro i contenuti più alti della sua esperienza mistica. E’ il testo più bello di Chiara che ho potuto leggere (pubblicato sotto il titolo Vi dono il Paradiso, in “Unità e Carismi”, n. 4/2010).