Intervento di S.Ecc. Diego Coletti

S. Ecc. Diego Coletti

PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTO

ORIENTAMENTI PASTORALI PER LA PROMOZIONE DELLE

VOCAZIONI AL MINISTERO SACERDOTALE

La Congregazione Plenaria del Dicastero per l’Educazione Cattolica, nel gennaio 2005, si era pronunciata a favore della stesura e divulgazione di un nuovo documento per la promozione della pastorale delle vocazioni al ministero sacerdotale.

In quella occasione venivano indicate cinque caratteristiche alle quali il nuovo documento avrebbe dovuto ispirarsi:

–      invitare l’intera comunità ecclesiale, e non solo l’una o l’altra delle sue componenti, a una rinnovata presa di coscienza di questa responsabilità educativa e pastorale che compete alla comunità cristiana in quanto tale e nel suo insieme.

–      offrire un’idea chiara e unitaria della figura spirituale del sacerdozio ministeriale e della necessità della sua presenza e del suo ruolo nella Chiesa.

–      incoraggiare tutti i soggetti ecclesiali, con particolare riferimento ai gruppi e movimenti che si propongono di educare e sostenere cammini vocazionali.

–      predisporre un vademecum operativo il più possibile concreto, chiaro ed efficace.

–      puntare sulla brevità e incisività del documento.

La Congregazione Plenaria del gennaio 2008 prendeva atto dell’iniziativa di dar vita a un’ampia consultazione che coinvolgeva, sul tema, gli uffici delle Conferenze Episcopali nazionali preposti alla pastorale vocazionale e offriva un ulteriore incoraggiamento e aggiornate indicazioni per la stesura del documento.

La Congregazione Plenaria del febbraio 2011, infine, svolta un’ampia riflessione sul lavoro di sintesi della consultazione di cui sopra, ha raccolto in trenta proposizioni tutto il materiale pervenuto, e ha incoraggiato la redazione del nuovo documento, raccomandando di seguire il classico trinomio: analisi della situazione, richiamo all’identità sacerdotale, suggerimenti per la proposta vocazionale.

Il documento pertanto risulta strutturato in tre parti. La prima esamina la situazione attuale delle vocazioni al ministero sacerdotale nelle varie parti del mondo, e della pastorale che ne assume la cura.

In una seconda parte viene offerta una presentazione sintetica e organica del ministero e dell’identità sacerdotale, quasi a indicare la meta verso la quale deve essere orientata la proposta vocazionale e impostato il discernimento spirituale che ne verifica e ne sostiene la risposta.

Nella terza parte si articola una serie di suggerimenti per l’animazione pastorale delle vocazioni sacerdotali, per la quale si suggeriscono i principali strumenti, la responsabilità dei diversi soggetti e le varie fasi in cui si articola un’efficace pastorale vocazionale.

PRIMA PARTE

Per introdurre qualche considerazione sulla prima parte del documento, vorrei partire da una riga del paragrafo conclusivo che merita di essere messa in evidenza, dove si dice: “la cura delle vocazioni al sacerdozio è una sfida permanente per la Chiesa”.

Credo che si possa intendere quest’affermazione almeno in due sensi.

Il primo, e il più ovvio, indica il costante dovere che la Chiesa si assume nella proposta, discernimento, custodia e promozione delle vocazioni sacerdotali. La Chiesa raccoglie tale sfida continuando l’opera del suo Signore. La tradizione evangelica ci testimonia con quanta frequenza e con quale vigorosa e libera iniziativa Gesù si rivolge ad alcuni uomini per invitarli a una speciale relazione con lui e, chiedendo loro un radicale distacco da famiglia, lavoro e casa, li prepara a essere mandati a pascere il Suo gregge con l’amore del pastore buono, nel Suo nome, con una particolare assistenza del Suo Spirito. Anche la Parola di Dio nelle lettere di S. Paolo, ci dà testimonianza di questa sollecitudine, da lui trasmessa anche ai suoi più intimi collaboratori, volta a suscitare in ogni comunità chi potesse annunciare il Vangelo, guidare il gregge, e servire la gioia e la crescita della fede con l’amore paterno e materno che caratterizza la figura e la missione dell’Apostolo di Gesù (cfr Fil 1,21-26 e 1Tess 2,1-12).

Vorrei segnalare anche un secondo motivo per cui la cura delle vocazioni sacerdotali è una sfida permanente rivolta alle comunità ecclesiali.

Mi sembra di poter dire che la fecondità e l’abbondanza dei frutti dello Spirito in questo campo sono uno dei criteri più significativi che ci permettono di riconoscere e misurare la vitalità di una Chiesa, la qualità della fede e della testimonianza al Vangelo che in essa sono vissute, il valore e la profondità della sua adesione a Cristo. E’ vero che ci sono anche altri fattori che influiscono, positivamente o negativamente, come vedremo tra poco, sull’andamento numerico e qualitativo delle vocazioni sacerdotali e sulla vivacità ed efficacia della pastorale vocazionale. Ma nulla è così importante e determinante come la genuina qualità della vita di fede, speranza e amore di una comunità cristiana.

Nelle condizioni ambientali più avverse e contrarie allo spirito del Vangelo, quando una comunità cristiana vive e opera coraggiosamente e con coerenza di fede, non manca l’attenzione alle vocazioni sacerdotali e non mancano i frutti della semina. E viceversa: anche là dove sono presenti antiche e consolidate tradizioni cristiane, ma si è affievolita la qualità della fede e, per così dire, è stata dispersa in tante cose che solo da lontano hanno a che vedere con il Vangelo, le cause di una crescente sterilità vocazionale sono da attribuire più alla debolezza interna della testimonianza cristiana e della fede che all’indifferenza o all’aggressività dell’ambiente esterno alla comunità cristiana. Papa Benedetto XVI nel suo recente discorso ai cattolici tedeschi impegnati nella Chiesa e nella società, il 25 settembre u.s., affermava la necessità per la Chiesa di vivere la fede “portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni e abitudini” (discorso ai cattolici tedeschi, Friburgo in Brisgovia 25.9.2011).

Posso riferirmi all’esempio dell’Europa, continente che, com’è noto, maggiormente soffre di una carenza di vocazioni sacerdotali che dura ormai da qualche decennio. La giusta rivendicazione delle “radici cristiane” della cultura europea, dovrebbe essere accompagnata – per quanto riguarda la responsabilità dei cristiani – da un altrettanto forte richiamo all’importanza di verificare l’abbondanza e l’attualità dei frutti di tali radici.

Il nostro documento, infatti, al n. 2, cita, sempre dal Magistero recente di Benedetto XVI, una considerazione molto severa sulla responsabilità che va riconosciuta alle Chiese di antica tradizione cristiana. Esse, afferma il Papa, corrono il rischio di ripetere, di fronte alla chiamata del Signore, il rifiuto che la parabola evangelica attribuisce ai primi invitati: “Proprio nel nostro tempo conosciamo il “dire no” di quanti sono stati invitati per primi. In effetti, la cristianità occidentale, cioè i nuovi primi invitati, ora in gran parte disdicono, non hanno tempo per il Signore” (Omelia alla S. Messa con l’Episcopato della Svizzera 7.11.2006).

A partire da quest’attenzione, a mio parere, andrebbero letti i primi numeri del documento, soprattutto il n. 3. In esso, vengono elencate in otto punti, le condizioni necessarie perché la grazia della chiamata trovi un terreno fecondo in una Chiesa che attraverso la qualità della sua fede e la trasparenza alla sua testimonianza al Vangelo crea le condizioni per risposte vocazionali autentiche e generose.

Richiamo brevemente queste otto condizioni.

–      In genere, un terreno fecondo di vita cristiana nella comunità ecclesiale. Nella Chiesa, se mi è consentita una citazione di Dante Alighieri deve essere “racceso l’amore per lo cui caldo nell’eterna pace così è germinato questo fiore” (Paradiso XXXIII, 7). Come nel grembo purissimo della Beata Vergine Maria, così anche nel grembo materno della comunità cristiana sarà solo il fuoco dello Spirito Santo, ricevuto e custodito in un’autentica vita di fede, che porterà la temperatura del clima vocazionale al livello necessario affinché i semi deposti dal Signore nel cuore di tanti giovani possano sbocciare e portare frutti abbondanti.

–      L’insostituibile funzione della preghiera che invoca dal padrone della messe l’abbondanza degli operai.

–      Il valore della pastorale integrata che realizza una coerente convergenza di programmi e proposte tra i vari soggetti responsabili dell’educazione cristiana.

–      Un nuovo slancio di evangelizzazione e di missionarietà che susciti nei giovani una forte passione per il Vangelo.

–      L’insostituibile e centrale funzione della famiglia.

–      La coerente e gioiosa testimonianza di vita dei presbiteri.

–      L’efficacia educativa delle esperienze di volontariato e di vita impegnata gratuitamente per gli altri.

–      Infine il valore della scuola e dell’università nelle quali introdurre occasioni d’incontro e di approfondimento dell’esperienza cristiana.

Sullo sfondo di queste indicazioni, che vanno intese in senso incoraggiante e propositivo (e non come critica sterile e lamentosa indicazione di quanto forse manca in alcune delle nostre comunità), è possibile tracciare il quadro di altre caratteristiche, tipiche del mondo contemporaneo e presenti in misura diversa nelle varie parti del mondo, che possono contrastare il nascere e il fiorire di vocazioni sacerdotali.

Il documento cita, sempre nella prima parte che stiamo esaminando, soprattutto tre principali dati di contrasto alla pastorale vocazionale che si rendono evidenti soprattutto nelle chiese di antica tradizione cristiana dell’area occidentale. Essi sono:

  1. Il calo demografico e la crisi della famiglia che riducono drasticamente il numero dei ragazzi e dei giovani e rendono la loro vita, anche sotto il profilo della fede, più difficile e intimorita da un presente sempre più frammentato e minaccioso e da un futuro che presenta contorni sempre più incerti.
  2. La diffusa mentalità secolarizzata e il conseguente abbandono della vita cristiana da parte di tanti credenti, in un mondo in cui è sempre più difficile compiere scelte di alto profilo, e durature nel tempo, a causa di un’atmosfera culturale sempre più relativista e sincretista, cioè connotata da una sorta di “liquidità” che impedisce lo stabilirsi di figure vocazionali consistenti e durature.
  3. Le condizioni difficili della vita e del ministero del prete, esposto a profonde trasformazioni ecclesiali e sociali che causano sovente, da un lato, emarginazione e insignificanza del suo ruolo, e dall’altro la deriva verso stili di “professionalità” che rischiano di ridurre il ministero sacedotale a un mestiere tra i tanti. Anche da questi fenomeni, largamente presenti e influenti in varie parti del mondo, può derivare lo sconforto e il basso profilo spirituale di alcuni preti. La situazione generale della vita sacerdotale e la sua capacità di porsi come richiamo vocazionale sono poi messe a dura prova dallo scandalo suscitato, in alcuni casi, dai comportamenti gravemente immorali di qualche membro del clero.

SECONDA PARTE

I paragrafi dal 5 al 9 del documento vanno letti, mi pare, come un’invito alla fiducia e all’ottimismo, nonostante tutto.

Il Signore ha messo nelle mani della sua Chiesa con il dono del sacramento dell’Ordine un autentico tesoro di vita e di servizio gioioso alla salvezza del mondo. Non bisogna dunque perdere la certezza di una rinnovata fioritura di vocazioni sacerdotali, se questo tesoro sarà vissuto e presentato secondo la verità di ciò che il Signore ha voluto per la sua Chiesa.

Di qui il valore di questa seconda parte del documento.

La sintesi di dottrina teologica e spirituale che viene presentata in questi paragrafi sembra rispondere a due esigenze.

Anzitutto l’intenzione è quella di mettere in luce i tratti fondamentali della vocazione al sacerdozio ministeriale, con riferimento alla sintesi offerta dal Vaticano II e ulteriormente sviluppata nel Magistero post conciliare, soprattutto nella Pastores Dabo Vobis.

In secondo luogo, ci si propone di sottolineare alcuni elementi specifici che vanno oggi richiamati con particolare evidenza, proprio perché minacciati o anche solo oscurati e messi in secondo piano, dalle note difficoltà della vita della Chiesa e dalla cultura contemporanea, che rischiano di provocare pericolose deviazioni nella “figura di valore” della vocazione al sacerdozio ministeriale e della vita e ministero dei presbiteri.

Abbiamo già accennato alla tendenza a una progressiva trasformazione del sacerdozio in professione o mestiere, come se la vita nel ministero sacerdotale potesse ridursi a una serie di cose da fare con la debita competenza professionale (e i dovuti riscontri sindacali). Possiamo citare, tra gli altri rischi di deviazione riscontrabili oggi nell’esperienza del sacerdozio ministeriale, la pericolosità dell’attivismo esasperato, il crescente individualismo che non di rado chiude il prete in una solitudine negativa e deprimente, la confusione dei ruoli nella Chiesa, che si determina quando si perde il senso della differenza di mansioni e responsabilità e non si converge tutti nella collaborazione all’unica missione affidata al Popolo di Dio, che consiste nella ripresentazione, visibile ed efficace per il mondo, del Signore Gesù Cristo, crocifisso e risorto, nella forma della sua salvifica donazione pasquale.

Mi soffermo a indicare solo alcuni spunti della sintetica riflessione proposta nel documento. Essi mi sembrano particolarmente importanti e sono opportunamente richiamati e sottolineati, in queste pagine centrali.

Anzitutto va ricordato che la vocazione al sacerdozio ministeriale si muove nell’ambito del dialogo d’amore tra Dio e l’uomo. Tale dialogo, se da un lato è ciò che avviene in ogni vocazione cristiana, dall’altro assume i tratti caratteristici della chiamata a una relazione tipica, stabile e molto esigente con Gesù stesso, unico modello del sacerdozio del Nuovo Testamento. Questa relazione cambia la fisionomia spirituale del chiamato in modo profondo e stabile. La dottrina teologica del “carattere” indica questa novità di vita. Essa richiede che il chiamato si assuma una cura particolare della relazione viva e costante con il Signore, dedicandovi tutto il tempo necessario e continuando a coltivarla e approfondirla ogni giorno, quasi correndo verso di Lui (Fil 3,12-14).

Questa è l’intenzione vocazionale di Gesù: “ne costituì dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui e per mandarli a predicare… ” (cfr Mc 3,13-14). Notiamo la forza di questo verbo “costituire”! Non si tratta di un incarico formale o anzitutto di una funzione da svolgere; la missione della predicazione viene a seguito della prima e fondamentale proposta vocazionale di Gesù: che stiano stabilmente con Lui, così da poter essere riconosciuti da tutti come i “suoi”, in un senso non esclusivo ma certamente carico di significato particolare.

Questa relazione, nuova e specifica, con Gesù fa entrare il chiamato in una relazione altrettanto nuova e specifica con la comunità cristiana. Egli rimane dentro di essa; ma, assumendo l’identità e il ruolo di Cristo Capo, si trova anche di fronte ad essa, non per esercitare un potere, ma per mettersi a servizio partecipando alla carità pastorale di Cristo stesso e testimoniando come Lui la disponibilità al dono totale e incondizionato di sé. La Chiesa non sussiste nella sua pienezza e non vive in profondità la sua missione senza una Parola autorevolmente annunciata, senza la Presidenza dei sacramenti celebrati, e senza la Guida di chi, in nome di Cristo, si prende cura della comunione fraterna di tutti e custodisce l’unità del gregge di Cristo e il suo cammino verso di Lui.

Un accento particolare è posto, nel n. 7 del documento, alla dimensione trinitaria del ministero sacerdotale: ogni vita cristiana, ma in un modo del tutto particolare, e direi quasi esemplare, la vita del sacerdote s’inserisce, attraverso un dono nuovo e specifico dello Spirito santo, nella comunione che unisce il Padre e il Figlio, e in lui diventa fonte inesauribile della carità con la quale egli pasce, per amore di Gesù, il Suo gregge. La communio della Chiesa, della quale il sacerdote assume il servizio e la cura, richiama anzitutto al presbitero la necessità di sperimentare la fraternità apostolica. In essa si manifesta e si comunica alla Chiesa il dono della comunione dei figli di Dio con il Padre e l’unità d’amore fraterno fra tutti loro. La vocazione al ministero esige perciò dal sacerdote una particolare capacità di stabilire, curare e approfondire relazioni interpersonali secondo il vangelo. Si passa così dalla relazione con Cristo alla dimensione ecclesiale tipica del ministero sacerdotale.

Da queste considerazioni, qui sommariamente richiamate, il documento trae ai numeri 8 e 9 una serie di conseguenze sul modo di suscitare, discernere e far crescere le vocazioni al ministero sacerdotale. Le caratteristiche fondamentali del ministero e della vita sacerdotale, infatti, guidano gli itinerari formativi e le modalità di attenzione educativa di coloro che se ne prendono cura. Tali caratteristiche sono presentate in modo molto concreto ed efficace per una revisione e un aggiornamento della proposta vocazionale e più in genere della pastorale delle vocazioni sacerdotali.

Qualche esempio: si segnala la necessità, per la formazione al ministero sacerdotale, di una profonda esperienza di vita comunitaria, di un inserimento consapevole in una relazione intima d’amore con le persone della SS. Trinità; si richiede piena integrazione e maturazione affettiva e anche un’ampia e docile partecipazione al contesto ecclesiale, con la maturazione di un amore concreto per la propria Chiesa particolare e insieme un’apertura generosa alla dimensione universale della missione.

TERZA PARTE

Nella terza parte il documento raccoglie una serie di proposte concrete di animazione pastorale delle vocazioni sacerdotali.

Qui viene ripresa anzittutto l’importanza fondamentale della preghiera che invoca dal Signore il dono di nuovi operai per la Sua messe. Una costante ed esplicita esperienza di questa intenzione di preghiera, opportunamente diffusa nel modo più ampio possibile nella comunità cristiana, è stata raccomandata anche in tempi recenti nei messaggi annuali per la Giornata mondiale delle vocazioni, e in molte altre occasioni magisteriali, dagli ultimi Pontefici. Con essa si rivolge un fervido e insistente appello al cuore di Dio (cfr Giovanni Paolo II in: Insegnamenti XXIII, 2000, 390-396) e allo stesso tempo si educano i credenti a guardare con sapienza evangelica all’urgente necessità che la Chiesa avverte nell’attesa di santi e numerosi sacerdoti, contribuendo a creare quella che si può chiamare una diffusa cultura favorevole alle vocazioni.

Viene, infatti, di seguito richiamata la necessità di questa convinzione ampiamente condivisa del dono prezioso e urgente di sacerdoti che animano lo slancio evangelizzatore di tutta la comunità e in particolare propongono ai ragazzi e ai giovani una fede capace di interpellare la vita e di rispondere alla sete di felicità che sta nel cuore dell’uomo.

Si riprende poi la necessità di proporre un’autentica esperienza di fede come relazione personale e profonda con il Signore Gesù Cristo, rivelatore del mistero di Dio. Solo in questo terreno di fede veramente “cristiana” può nascere la scoperta della vocazione, sostenuta dall’opera educativa di chi è in grado di mettere a disposizione dei giovani la bellezza del Vangelo e la gioiosa esperienza della libertà dei Figli di Dio.

Dopo aver accennato alla necessità di favorire, nella comunità cristiana, spazi autentici di relazioni umane, si conferma la convinzione che la cura delle vocazioni spetta a tutti i membri della Chiesa. Gli organismi diocesani, nazionali e della Chiesa universale, incaricati della Pastorale vocazionale, avranno quindi il fondamentale compito di richiamare e stimolare questa responsabilità in tutte le componenti della comunità cristiana, non sostituendosi ad esse né accettando di venire delegati al compito, con esclusione dei veri responsabili, ma mettendosi a loro servizio, a partire dal ruolo centrale e indispensabile che ogni Vescovo diocesano deve svolgere in questo campo.

Esaminando in particolare la responsabilità di alcuni soggetti ecclesiali, il documento cita anzitutto la famiglia cristiana che costituisce, come dice il Vaticano II, il primo seminario (OT 2), e deve essere messa in grado di offrire, per prima, le condizioni favorevoli per la nascita delle vocazioni. Ciò richiede che non si possa mai pensare la Pastorale familiare e la Pastorale vocazionale, come anche la Pastorale giovanile e quella scolastica, come ambiti indipendenti ed estranei l’uno all’altro.

Di seguito il documento traccia una breve ma intensa serie di considerazioni sulla parrocchia, e sul ruolo che in essa svolgono i presbiteri e i consacrati, i catechisti e gli animatori della Pastorale.

Un paragrafo è dedicato alla particolare responsabilità vocazionale che può e deve essere vissuta dagli stessi seminaristi. Durante la loro preparazione al ministero sacerdotale essi dovranno essere formati alla capacità di testimoniare e proporre anche ad altri la propria esperienza d’iniziale risposta alla vocazione.

Una rinnovata fecondità in questo campo è lecito attenderla da vari gruppi ecclesiali organizzati, movimenti e associazioni che possono e devono continuare ad essere, o diventare, luoghi adatti alla proposta della vocazione sacerdotale.

Dopo aver accennato alla direzione spirituale come esperienza che, nelle sue varie forme, costituisce in molti casi elemento decisivo per lo sviluppo e la maturazione delle scelte vocazionali e per la quale è necessario prevedere una prepazione specifica soprattutto per i presbiteri, il documento esamina il cammino personale della persona che può essere chiamata dal Signore. Sono passati in rassegna i vari aspetti della vita cristiana: dall’ascolto della Parola di Dio alla catechesi, dalla frequenza ai sacramenti alla vita modellata sull’anno liturgico, dalla testimonianza della carità fraterna al servizio generoso verso la condizione dei più deboli e dei più poveri. Con ciò si indica che solo una proposta di vita cristiana capace di dare un giusto rilievo a ciascuna di queste componenti, facendo crescere così nel suo insieme una sequela di Cristo globale ed equilibrata, è in grado di creare le condizioni del “terreno” sul quale il seme della vocazione può essere depositato con qualche speranza che metta radici profonde e porti frutti consistenti.

Viene infine ripreso, in termini di programmazione concreta e di singole iniziative, il discorso dell’importanza della preghiera che invoca il dono delle vocazioni. Si elencano alcuni esempi: il monastero invisibile, i giovedì vocazionali, la giornata mondiale di preghiera, con l’importante messaggio annuale del Pontefice, e la giornata diocesana del Seminario.

Sono tutte occasioni per tener viva la speranza nella bontà del Padrone della messe, e insieme coltivare la viva coscienza della comunità cristiana di quanto sia importante e decisivo il dono di santi e numerosi sacerdoti per la vita della Chiesa.

Un’ultima riflessione è dedicata ad alcune occasioni ed esperienze particolari che possono costituire un ambiente particolarmente favorevole per la proposta vocazionale e la custodia dei suoi primi momenti di sviluppo e verifica: si tratta del gruppo dei ministranti e del loro servizio liturgico come scuola pratica di preghiera e di servizio ecclesiale, degli esercizi spirituali vocazionali, e delle comunità vocazionali residenziali che in molti casi si stanno rivelando un’esperienza di vero e proprio preseminario che si può affiancare al Seminario minore, del quale viene confermata l’importanza e l’efficacia educativa, o almeno in parte lo possono sostituire dove non fosse più esistente, e possono anche propiziarne la rinascita.

In conclusione il documento ricorda ancora una volta come il campo fecondo della semina vocazionale è una comunità cristiana che ascolta la Parola, prega con la liturgia e testimonia la carità; e rivolge a tutta la Chiesa un incoraggiamento a riprendere con fiducia il proprio impegno educativo per l’accoglienza della chiamata di Dio al ministero sacerdotale, che ancora oggi dobbiamo ritenere diffusa dalla sua Provvidenza e adeguata alle necessità ecclesiali e a quelle dell’evangelizzazione del mondo.